LeBron James, l’età della grandezza: perché il Re è ancora il volto della NBA

C’è un momento, nella carriera di un campione, in cui il tempo smette di essere un avversario e diventa un alleato. Non lo batti più sullo scatto, non gli sfuggi con una finta e non puoi nemmeno sperare che si distragga: devi semplicemente imparare a conviverci. LeBron James, nel debutto della preseason NBA contro i Philadelphia 76ers, si presenta con la testa rasata a zero – finalmente – e con l’aria di uno che, contrariamente a quanto si legge troppo spesso, ha smesso da tempo di dover dimostrare qualcosa agli altri. Perché la questione, a questo punto della sua carriera, non è più stabilire se sia ancora il migliore, ma capire fino a quando gli altri saranno costretti a chiedergli di esserlo.
Il nuovo LeBron James: meno atletismo, più intelligenza cestistica
LeBron non smette di tirare, perché sarebbe un’affermazione quasi paradossale parlando del miglior realizzatore della storia della NBA. Più semplicemente tira meno, sceglie con maggiore attenzione, aspetta il momento giusto e mette il proprio talento al servizio della squadra. Dopo aver attraversato un’epoca in cui sembrava poter fare qualsiasi cosa, in qualunque momento e contro chiunque grazie a una combinazione irripetibile di talento e fisicità, oggi il suo basket assomiglia sempre di più a una sofisticata forma di economia del movimento: risparmiare un passo per guadagnare un secondo, costringere gli avversari a sbagliare tempo, rinunciare a un tiro per costruire un vantaggio ancora più grande e arrivare a leggere ogni situazione prima che questa si sviluppi. È il principio del less is more, che nel suo caso non rappresenta una rinuncia ma una dichiarazione di maturità, perché se il corpo può concedere qualcosa allo scorrere del tempo, la mente continua a prendersi tutto.
La rasatura racconta la nuova fase della carriera di LeBron James
La rasatura completa, in questo senso, sembra quasi una punteggiatura nella lunga storia di LeBron James. Sparisce il superfluo e scompare anche l’ultima concessione estetica all’immagine del ragazzo prodigio che tra pochi mesi compirà 42 anni, lasciando spazio soltanto all’uomo che ha visto cambiare la NBA, i suoi linguaggi, i suoi protagonisti e perfino le sue ossessioni, fino al punto di ritrovarsi oggi a giocare contro i figli di tanti avversari e compagni incrociati lungo oltre vent’anni di carriera.
Perché la NBA continua ad avere bisogno di LeBron James
The Chosen One ha attraversato generazioni di giocatori e ha trasformato la longevità in una disciplina, la continuità in una virtù e l’eccellenza in un’abitudine. È anche per questo che la NBA continua ad aggrapparsi a lui con una certa disperazione, non soltanto per ciò che è ancora in grado di produrre sul parquet, ma soprattutto per quello che rappresenta fuori dal campo. LeBron resta infatti l’ultima vera icona totale della lega: il personaggio, il campione, il volto capace di tenere insieme epoche differenti e il punto di riferimento con cui ogni nuova promessa è inevitabilmente destinata a confrontarsi. Se il dibattito sul miglior giocatore del mondo non può più essere risolto con una risposta definitiva, oggi c’è almeno un altro gigante seduto allo stesso tavolo.
Nikola Jokic e LeBron James rappresentano il basket nella sua forma più pura
Quel gigante è Nikola Jokic, il centro serbo che ha trasformato la pallacanestro in un esercizio continuo di geometria imprevedibile e di rara bellezza, probabilmente come non vedevamo dagli anni Ottanta. Jokic domina attraverso una visione di gioco che sembra arrivare da un altro pianeta, mentre LeBron continua a controllare le partite facendo muovere i compagni con la precisione di un orologio svizzero, dimostrando come due stili apparentemente opposti possano arrivare allo stesso risultato attraverso la valorizzazione dei fondamentali più puri della pallacanestro.
La NBA vive una fase di transizione e LeBron resta il suo simbolo
La NBA attraversa oggi una fase di transizione evidente. Al di là di LeBron James, Nikola Jokic e Luka Doncic, mancano ancora figure davvero iconiche capaci di occupare l’immaginario collettivo con la forza che hanno avuto Michael Jordan, Kobe Bryant, Magic Johnson, Shaquille O’Neal o lo stesso LeBron. Parallelamente, il gioco si è fatto sempre più isolazionista e sembra affidarsi con crescente frequenza alla soluzione individuale invece di celebrare la connessione tra cinque giocatori. È un paradosso, perché l’influenza europea sulla lega americana non è mai stata così forte e mai così tanti giocatori internazionali hanno dominato il campionato; eppure il sistema continua spesso a sacrificare questa ricchezza cestistica in favore di una lunga sequenza di uno contro uno.
LeBron James dimostra che la grandezza non ha età
È proprio nel mezzo di questa fase di cambiamento che LeBron James continua a sembrare il più grande di tutti e, forse, anche la versione migliore di sé stesso. Non quella dell’atleta capace di travolgere ogni avversario con la sola superiorità fisica, ma quella della maturità assoluta, vicina a quel concetto quasi mitologico di divinità sportiva che appartiene soltanto ai più grandi di sempre. Dopo tutto questo tempo, la pallacanestro sembra avere ancora bisogno di lui per raccontare sé stessa. E forse è proprio questo il segno definitivo della sua grandezza.
The King is back again.
Un articolo di Marco Lomonaco