Intervista a Sonni Uno: Tra calcio, Bologna e Rap

C’è chi arriva al rap per moda, chi per rabbia, chi per caso. Sonni Uno ci arriva per necessità. Prima sognava il calcio, poi ha trovato nella scrittura una forma di libertà che non conosceva. Nato e cresciuto a Bologna, quartiere Mazzini, porta nella sua musica un’identità fortissima, quasi viscerale. Il suo primo progetto ufficiale, “Uno”, non è solo un EP: è un punto fermo dopo anni di ricerca personale.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare tutto: le radici, le influenze, il legame con il Bologna, le fragilità e le ambizioni future.
Chi è Sonni Uno prima della musica? Dove sei cresciuto e che tipo di ambiente ti ha formato?
Prima di fare musica il mio sogno è sempre stato quello di fare il calciatore. Fino ai 20 anni ho giocato a calcio ed è stato una costante nella mia vita. Sono nato e cresciuto a Bologna, precisamente nel quartiere Mazzini, al quale sono molto legato. Questa zona mi ha formato tanto: gran parte dei miei amici vive qui, i locali che frequento sono qui, molti lavori che ho fatto li ho trovati qui. È la mia quotidianità da sempre.
Quanto ha influito Bologna sulla tua identità artistica? C’è un quartiere o una scena che ti ha segnato più di altri?
Tantissimo. Bologna è una città che mi ha sempre trasmesso molto, nel bene e nel male. Ne sono innamorato e onestamente non vorrei vivere altrove. Anche con i suoi limiti riesce a ispirarmi e a farmi sentire sereno. Per me è la città più bella del mondo.

Quando hai capito che il rap poteva diventare il tuo modo di esprimerti?
Ho iniziato ad avvicinarmi al rap poco dopo aver mollato il calcio. Provavo una grande delusione, avevo riposto tutti i miei sogni lì dentro. La scrittura mi ha aiutato ad andare avanti. Ricordo che quando ho scritto uno dei miei primi testi ho provato una sensazione di libertà che il calcio non mi faceva più vivere. Da lì ho iniziato a capire qualcosa in più e a migliorare passo dopo passo.
Il primo artista che ti ha fatto dire “voglio fare anch’io questa cosa”?
A 13 anni uno dei primi che mi ha preso totalmente è stato Salmo. Poi ho scoperto Inoki, anche per il suo attaccamento a Bologna, e mi sono legato molto a lui. Dopo mi sono appassionato a Marracash, Fabri Fibra, Noyz Narcos. Oggi mi piace molto anche la scena ligure.

Se potessi collaborare con un artista, anche del passato, chi sceglieresti?
Essendo stato un mio concittadino direi Lucio Dalla. Anche se non so onestamente se mi darebbe il feat (ride).
Cosa ascolti nel quotidiano?
Provo a rimanere aggiornato su quello che succede oggi, ci sono tanti artisti che mi piacciono. Però ascolto soprattutto vecchi dischi rap, cerco qualcosa che possa riportare dentro di me e nella mia musica.

Il legame con il Bologna è stata una strategia o un gesto istintivo?
Non è stata una scelta ragionata. È nato tutto da un’idea di Lavoropiù, creare un contenuto per ogni partita del Bologna FC 1909 in casa in Europa League. Quando me lo hanno proposto ho accettato subito, visto il mio amore incondizionato per la squadra della mia città.
“Uno” è il tuo primo progetto ufficiale: cosa volevi dimostrare?
Non sentivo il bisogno di dimostrare qualcosa. Avevo più che altro la necessità di creare un progetto in cui potessi raccontarmi su più sfumature.

Nei brani vai oltre il calcio. È stata una scelta consapevole?
Sì. Amo fare citazioni calcistiche perché è una delle mie passioni più grandi, ma la priorità è parlare di me: delle mie paure, delle mie sconfitte, e anche usare l’ironia. Credo sia una delle armi più potenti per sopravvivere al dolore.
Essere così bolognese può essere un limite?
Non lo so con certezza. So solo che voglio essere me stesso al 101%, perché così non avrò rimpianti. Mi sento bolognesissimo e cerco di esaltare questa cosa, poi vedremo dove mi porterà la vita.

Cosa direbbe il Sonni di qualche anno fa ascoltando “Uno”?
Credo sarebbe contento e fiero. Due anni fa stavo mollando la musica perché non trovavo la mia identità. Oggi poter esprimermi come voglio è una delle mie vittorie personali più grandi, al di là dei numeri.
Cosa diresti al Sonni del futuro?
Di rimanere se stesso in ogni situazione. E magari di riuscire a fare anche due soldini (sorride). Ma soprattutto di ricordarsi che nella vita contano i valori e la serenità.

Progetti futuri e live?
Al momento vogliamo far lavorare bene l’EP e muoverci passo per passo con una logica precisa. Però posso dire che tra non molto arriveranno nuove uscite.

Il nostro punto di vista
Quello che colpisce di Sonni Uno non è soltanto l’estetica o il legame dichiarato con Bologna. È la coerenza. In un momento storico in cui molti artisti cercano di adattarsi alle onde del mercato, Sonni sceglie la strada più complessa: essere sé stesso fino in fondo. “Uno” non è un progetto costruito per inseguire playlist o trend virali. È un lavoro identitario. È il manifesto di un ragazzo che ha perso un sogno – quello del calcio – e ne ha costruito un altro con le stesse regole: disciplina, sacrificio, appartenenza. Il fatto che non senta più il bisogno di dimostrare qualcosa è forse il segnale più interessante della sua maturità artistica.

La sua forza è l’iper-local. In un’epoca globale, parlare dal quartiere Mazzini con questo livello di autenticità non è un limite, ma un valore aggiunto. La storia del rap ce lo insegna: le narrazioni più potenti nascono sempre da un luogo preciso. E Sonni Uno quel luogo lo porta addosso, senza forzature. C’è ancora margine di crescita? Assolutamente sì. Ma c’è soprattutto una cosa rara: una voce che sta trovando la propria frequenza. E quando succede, non è mai un caso. Se continuerà su questa linea di verità, lavoro e identità, il percorso può diventare molto interessante. Noi lo terremo d’occhio.